Trovarsi male con i colleghi: 3 domande scomode prima di puntare il dito

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Trovarsi male con i colleghi: 3 domande scomode prima di puntare il dito

Stamattina sei entrato in ufficio e hai sentito quel peso sullo stomaco. Il carico di lavoro lo gestisci, quello è il meno. Il peso è sapere che tra dieci minuti dovrai parlare con persone che ti tolgono ossigeno. La collega che racconta il weekend a voce alta a tutto l’open space e passa davanti alla tua scrivania senza salutare. Quello che alla riunione del lunedì guarda il telefono proprio mentre parli tu. La chat di reparto dove si mandano meme tutto il giorno e tu metti il pollice in su e basta.

Ti trovi male con i colleghi. E ogni settimana la cosa pesa un chilo in più.

Me lo sento dire di continuo. Persone competenti, con curriculum solidi, che si siedono e attaccano con la stessa frase: “Danilo, con i miei colleghi non funziona. Non ce la faccio più.”

La prima mossa che faccio li spiazza sempre.

Faccio una domanda, invece di dargli ragione.

In quindici anni di Deep Office Coaching ho imparato una cosa scomoda: il disagio che senti è reale quasi sempre, e la spiegazione che ti dai è incompleta quasi sempre. Quel pezzo che manca è esattamente ciò che ti tiene bloccato.

Quello che stai per leggere è scomodo. Ti chiedo di guardare il quadro intero. Anche la parte in cui ci sei tu.

A volte i colleghi sono davvero tossici. Se è il tuo caso, qui trovi cosa fare con i colleghi tossici. Ma quella conclusione arriva alla fine di un esame onesto, mai all’inizio.

La domanda che nessuno vuole farti

Quando qualcuno mi dice “non sopporto i miei colleghi”, la mia prima domanda riguarda lui, non loro: “Ti era già successo altrove?”

Il silenzio che segue dice tutto.

Quasi sempre la risposta è sì. C’era quel team nell’azienda precedente dove le cose si erano guastate dopo un anno. C’era quel collega, due lavori fa, con cui parlare era una fatica quotidiana. C’era lo stage dove sei rimasto ai margini. Ora sei in un posto nuovo, con facce nuove, e il copione ti sembra di averlo già letto.

Fermati qui, perché la parola “colpa” nel mio vocabolario non esiste. È inutile, paralizza, e non sposta niente.

Quello che ti dico è diverso: se lo schema si ripete, l’unica variabile costante sei tu. Ed è un’ottima notizia. Se il problema stesse tutto negli altri, dovresti aspettare che il mondo cambi. Se una parte sta nel tuo modo di stare nelle relazioni di lavoro, la leva ce l’hai in mano da stasera.

Ti faccio un esempio vero. Un cliente è arrivato da me dopo tre aziende in cinque anni, tutte nello stesso settore. Copione identico ogni volta: primi mesi di entusiasmo, poi il gelo. “Non mi capiscono.” “Qui nessuno valorizza quello che porto.” Tre città, tre team, tre organigrammi diversi. Stesso finale.

Sei settimane di lavoro insieme e il meccanismo è saltato fuori. Arrivava con aspettative altissime e le teneva per sé. Quando gli altri non le indovinavano, perché nessuno è telepate, si chiudeva. Ogni dimenticanza diventava un rifiuto personale. Più si chiudeva, più il team lo leggeva come uno freddo e poco disponibile. E quella freddezza percepita confermava la sua tesi: “Vedi? Qui dentro mi tengono fuori.”

Lui era una persona a posto. I suoi colleghi pure. Ma il meccanismo che si attivava tra loro produceva gli stessi danni di un ambiente tossico, ogni singola volta.

Consapevolezza, quindi. Zero colpa, zero vergogna. Quando ti trovi male con i colleghi, la realtà ha più strati di quelli che vedi al primo sguardo. Lo strato che ti riguarda è quello su cui puoi mettere le mani subito.

Una precisazione, prima delle domande. Riconoscere la tua parte nella dinamica lascia intatte le responsabilità degli altri. Se lavori in un ambiente tossico con segnali evidenti, quel contesto va chiamato con il suo nome. Le due cose stanno insieme benissimo: colleghi problematici sul serio e schemi tuoi che amplificano il danno.

Le 3 domande scomode

Sono strumenti diagnostici. Le uso in sessione e funzionano perché ti tirano fuori dalla narrazione automatica, quella dove tu sei la vittima e il problema sono gli altri, e ti mettono davanti ai dati.

Prendile sul serio. Rispondi con l’onestà che fa male, quella comoda la conosci già.

Domanda 1: con tutti, o con due nomi precisi

Sembra banale. È la più sottovalutata delle tre.

Quando dici “mi trovo male con i colleghi”, il tuo cervello sta generalizzando: prende il rapporto con una o due persone e lo allarga fino a coprire l’intero piano dell’edificio. All’improvviso “ho un problema con Giulia e con il responsabile commerciale” diventa “in quell’ufficio non mi trovo bene”. Tutti quanti. Il lavoro intero.

Fai questo esercizio stasera. Foglio A4 e penna. Scrivi i nomi di tutte le persone con cui hai a che fare in una settimana normale: il tuo team, il capo, quelli dell’altro reparto che incroci alla macchinetta, il collega che ti scrive solo su Teams. Metti un più accanto a chi funziona, un meno accanto a chi no, un cerchio accanto ai neutri.

Una responsabile marketing di un’azienda di componentistica ha fatto questo esercizio davanti a me, sul retro dell’ordine del giorno stampato. Su diciotto nomi, il meno stava accanto a tre. Tre. E quei tre le occupavano la testa dalla sveglia fino alla sera. Tre persone su diciotto avevano sequestrato la sua percezione di un intero ufficio.

Quei tre rapporti erano un problema reale, e lo restano. Ma la storia che si raccontava, “sono tutti incompatibili con me”, stava a chilometri dai fatti. E quella storia la stava portando a mollare un posto che per quindici caselle su diciotto funzionava.

“Non mi trovo bene con i colleghi” è un muro. “Ho un problema con Giulia, con Marco e con il responsabile vendite” è una mappa. Sul muro ci sbatti. Sulla mappa ci cammini.

Contali. Con quante persone, esattamente, il rapporto è rotto. E con quante regge, o almeno è neutro. I numeri raccontano una storia diversa da quella che ti dice la pancia alle sette di mattina in tangenziale.

Domanda 2: cosa succede quando cambi team, progetto o azienda

Questa brucia. È anche quella che ti dà la risposta più pulita.

Ripensa ai tuoi ultimi tre contesti di lavoro. Tre aziende, oppure tre team nella stessa azienda, oppure tre fasi della stessa carriera. Per ognuno metti nero su bianco:

  • Come andavano i rapporti all’inizio
  • Dopo quanto sono cominciate le difficoltà
  • Qual era il motivo dell’attrito
  • Come è finita

Se le risposte divergono, se in un posto andava bene e in un altro male, se i motivi cambiano ogni volta, stai guardando un problema di contesto. Il team di adesso, l’azienda di adesso, quella combinazione lì di persone. È dove sei, altro che chi sei.

Se le risposte si somigliano, se le difficoltà arrivano sempre dopo lo stesso numero di mesi, se gli attriti hanno tutti lo stesso sapore, stai guardando il tuo schema.

Un ingegnere di produzione ha fatto l’esercizio in studio e gli è uscito un dato che lo ha zittito: in quattro aziende diverse i rapporti si guastavano sempre intorno al sesto mese. I primi mesi erano luna di miele. Poi, puntuale come una scadenza fiscale, qualcosa scattava. Iniziava a notare i difetti degli altri, a sentirsi tagliato fuori dalle scelte, a pensare che il livello del team fosse basso.

Il sesto mese era il momento in cui finiva la fase di adattamento, quella in cui teneva un profilo basso e si adeguava a tutto, e usciva il suo stile naturale: diretto, esigente, allergico ai compromessi. Uno stile legittimo. Che però, senza una parola detta in anticipo, arrivava addosso ai colleghi come un cambio di persona. Loro erano impreparati. Lui non si accorgeva di aver cambiato marcia.

Qui si tratta di vedere che effetto fai, e di lasciare in pace la domanda su chi sei. Quando l’effetto lo vedi, puoi scegliere: modulare, avvisare, dire le cose invece di aspettare che gli altri le indovinino. La differenza tra chi si trova male ovunque vada e chi costruisce rapporti che reggono passa quasi sempre da qui.

Domanda 3: cosa stai proteggendo restando lì

La terza è quella che può cambiarti l’anno.

Quando ti trovi male con i colleghi da mesi, a volte da anni, e non muovi niente, c’è qualcosa che stai proteggendo. Chiamarla pigrizia è comodo e sbagliato. È un meccanismo di difesa costruito bene, che il tuo cervello tiene in piedi per non farti rischiare.

Restare dove stai male è comunque restare dentro il noto. E il noto, per quanto pesante, ha un vantaggio enorme sull’ignoto: non ti chiede di scommettere niente.

Ecco cosa puoi stare proteggendo senza saperlo.

La zona di comfort travestita da prigione. Ti lamenti, torni a casa svuotato, la domenica sera ti si chiude lo stomaco. Però conosci le regole del gioco: sai chi evitare, sai quando tacere, sai come arrivare a venerdì. Ricominciare altrove fa più paura di qualsiasi collega.

L’identità di quello che sopporta. Scomodo da leggere, lo so. Certe persone costruiscono la propria immagine professionale intorno alla fatica: “io sono quello che regge”, “io sono quella che tiene duro nonostante tutto”. Se togli il problema, chi sei?

La paura di scoprire che una parte è tua. Finché resti lì e ti lamenti, il dito resta puntato in avanti. Se cambi ambiente e la storia si ripete, lo specchio arriva. E potrebbe mostrarti cose che eviti da parecchio.

Qui nessuno ti giudica. Ti sto dicendo che sapere cosa proteggi è il primo passo vero per smettere di girare in tondo. Trovarsi male con i colleghi è un segnale, e il messaggio sotto la superficie parla di te più di quanto parli di loro.

Cosa fare dopo le 3 domande

Hai risposto. Adesso si decide, e le strade sono tre.

Scenario 1: il problema è l’ambiente. Hai verificato che i tuoi schemi restano fuori dall’equazione. Sei finito in un posto dove i rapporti guastati sono la norma, dove la cultura aziendale premia i furbi, dove il management vive di conflitti alimentati ad arte. Allora pianifica l’uscita. Con una strategia, con il curriculum aggiornato, con i colloqui presi nei giorni di ferie. Se vuoi capire se è davvero il momento, leggi se ti conviene cambiare lavoro o cambiare qualcosa di più profondo.

Scenario 2: il problema è il tuo schema. Se lo stesso film va in onda ovunque tu vada, il denominatore comune sei tu. È una liberazione, altro che una condanna: se la variabile sei tu, la leva è tua. Si lavora su come comunichi, su come interpreti il silenzio degli altri, su quali ferite vecchie si riaccendono quando qualcuno ti risponde male in riunione.

Scenario 3: un misto delle due. Lo scenario più frequente. L’ambiente ha i suoi difetti pesanti e tu ci metti del tuo, amplificando e interpretando. Quando è così, parti da te. L’ambiente conta eccome, ma tu sei l’unica variabile che controlli davvero. Sistemi il tuo pezzo, e da lì decidi con lucidità se quel posto merita ancora il tuo tempo.

In tutti e tre i casi vale una regola sola: muoviti. Trovarsi male con i colleghi è uno stato, e gli stati si cambiano, a patto di trattare la cosa come un progetto serio di crescita personale sul lavoro.

L’errore che ti costa un altro anno

Aspettare.

Aspettare che lei cambi reparto. Che lui venga trasferito nella sede di Torino. Che il capo, un giorno, si accorga da solo di come vanno le cose. Ho visto persone bruciare tre anni così, con l’aggravante che ogni mese passato in attesa abbassa la stima che hanno di sé.

La sofferenza è reale. Un rapporto tossico al lavoro consuma energia e autostima, e alla lunga presenta il conto anche al corpo. Su questo non minimizzo nulla.

Ma esiste una differenza enorme tra soffrire e restare fermi dentro la sofferenza. Tra lamentarsi e muovere un pezzo. Tra puntare il dito e prendere in mano il volante della tua vita professionale, che significa decidere tu la prossima mossa, senza aspettare che qualcuno ti autorizzi.

La tua mossa di stasera

Prendi il foglio. Scrivi i nomi, metti i segni, conta i meno.

Domani mattina, prima della riunione, scegli una sola persona della colonna “meno” e prepara una frase da dirle a voce, di persona: “Su quel progetto ho bisogno che ci parliamo dieci minuti, quando hai tempo tu.” Poi guarda cosa succede. Un nome alla volta, il muro si smonta.


Con il Laser Coaching lavoriamo in una sessione mirata sullo schema che ti tiene bloccato nelle dinamiche con i colleghi. Zero teoria: andiamo dritti al meccanismo e ne esci con una strategia da usare lunedì.

Se senti che il tema è più profondo e radicato, il Percorso D.O.C. è il programma strutturato dove lavoriamo dalla radice sulle dinamiche relazionali che si ripetono da anni.

Smetti di girare intorno al problema. Comincia a smontarlo.

AUTO-VALUTAZIONE

3 Domande Scomode da Farti Prima di Puntare il Dito

Rispondi con onestà. C’è la tua risposta vera. La risposta giusta non esiste.

Domanda 1: Ho dato modo ai colleghi di conoscermi davvero, o mi sono chiuso/a aspettando che facessero il primo passo?

SÌ, ho provato

Allora il problema probabilmente sta fuori dal tuo comportamento: esplora la cultura del gruppo o le dinamiche preesistenti.

NO, ho aspettato

Prova un gesto piccolo e a basso rischio. Una domanda, un commento, un caffè proposto. Osserva cosa succede.

Domanda 2: Ho vissuto situazioni simili anche in altri contesti di lavoro o di gruppo?

SÌ, succede spesso

C’è un pattern che vale la pena esplorare. Serve a capire quale parte di te sta mettendo in scena questa dinamica, non a colpevolizzarti.

NO, è la prima volta

È più probabile che il problema sia specifico di questo ambiente. Considera cosa è cambiato o chi ha cambiato le regole del gioco.

Domanda 3: C’è qualcosa che sto comunicando, inconsapevolmente, che potrebbe tenerli a distanza?

Forse sì

Chiedi feedback a qualcuno di fiducia esterno al gruppo. A volte il nostro linguaggio non verbale comunica qualcosa di diverso da quello che intendiamo.

Non credo

Verifica comunque: chiedi a qualcuno di esterno «come mi vedi quando sono in gruppo?» Le risposte spesso sorprendono.

danilofailli.it · Deep Office Coach

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Autore

  • Danilo Failli

    è padre di due figli. D.O.C. Deep Office Coach, Speaker, appassionato di comunicazione, PNL e ipnosi.

    Ha una forte propensione per la sperimentazione, che applica costantemente in ogni ambito della sua vita. La riduzione delle complessità e la sintesi lo caratterizzano in ogni cosa che fa. Non c’è spazio per i problemi, il suo motto è: “Le soluzioni sono la soluzione!”

    Autore dell’ebook: “Fuori dagli Schemi” – Guida esperienziale nel mare gigante delle relazioni umane sul lavoro e nella vita privata.

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