Mobbing sul lavoro: perché in Italia si vede poco, e cosa fai tu

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Lunedì trovi la tua scrivania accanto alla stampante. Nessuno ti ha avvisato. La riunione di reparto delle 10 è cominciata alle 9:45 e la porta era chiusa. Alla macchina del caffè, una collega abbassa la voce quando arrivi. Il capo, se glielo chiedi, ti guarda con l’aria stanca e dice “sei troppo sensibile”.

Il mobbing sul lavoro funziona così. Mai un episodio grande. Tanti piccoli, sempre su di te, per mesi, finché la persona che dubita di sé diventi tu.

Questa guida al mobbing sul lavoro parte da una tesi che difendo fino in fondo. In Italia il mobbing sul lavoro si vede poco, e si vede poco perché si dice poco: tre fonti indipendenti misurano la stessa cosa da tre lati diversi. Chi lo subisce, quindi, ha una sola strada che regge: imparare a vederlo, chiamarlo con il nome giusto e documentarlo dal primo mese. Le altre strade partono tutte da lì.

Sommario

Mobbing sul lavoro: cosa lo distingue da un conflitto

Un conflitto ha due parti, e il mobbing sul lavoro una sola. Tu e un collega litigate su un progetto, alzate la voce, per una settimana vi salutate a fatica. Poi passa, o si risolve, o resta un’antipatia. Un conflitto fa male ed è normale: dove ci sono persone ci sono conflitti.

Il mobbing sul lavoro ha una parte sola che colpisce e una che subisce. Quattro cose stanno insieme: i comportamenti sono rivolti a te in particolare; si ripetono; durano nel tempo, mesi; e hanno uno scopo, che tu vada via, che ti pieghi, che sparisca. Manca una delle quattro e il nome è un altro. Un collega che ti tratta male una volta è maleducato. Un capo che tratta male tutti è un capo tossico. Il mobbing sul lavoro comincia quando il bersaglio sei tu, e resti tu.

Il bossing è il mobbing sul lavoro che arriva dall’alto: il capo che ha scelto te. Lo straining è il parente stretto del mobbing sul lavoro: un’azione ostile sola, ma con effetti che durano. La scrivania accanto alla stampante, il cliente storico che ti tolgono “per alleggerirti”, la mansione svuotata in un giorno. Una volta, e poi il vuoto che resta. In Italia il nome lo ha dato la giurisprudenza, e conta perché molte persone dicono “ma è successo una volta sola” e rinunciano a chiamarlo per nome.

Infografica sul mobbing sul lavoro: conflitto, mobbing, bossing e straining, cosa li distingue, quanto durano e cosa fai

Nome Chi colpisce Quante volte Cosa lo distingue Cosa fai
Conflitto Due parti, alla pari Anche una sola, o un periodo Si litiga su una cosa, e finisce Si gestisce, si parla, si chiude
Mobbing Uno o più contro uno Ripetuto, per mesi Mirato su di te, con uno scopo Diario dal primo mese, testimone, medico
Bossing Il capo contro uno Ripetuto, per mesi Mobbing dall’alto Come il mobbing, più le mosse con il capo
Straining Di solito il capo Un’azione sola Effetti che durano: mansione svuotata, isolamento Documenti l’azione e gli effetti nel tempo

Fonte: classificazione operativa usata in sessione da Danilo Failli. Mobbing, bossing e straining hanno anche definizioni giuridiche, che sono competenza di un avvocato.

C’è un modo veloce per fare la prova. Prendi l’ultimo mese e conta: quante volte è successo, a chi altro è successo, cosa è cambiato nel tuo lavoro. Un conflitto lascia un episodio e una persona con cui hai litigato. Il mobbing sul lavoro lascia una lista, un bersaglio solo e un lavoro più piccolo di quello di prima. Se la lista si allunga e il bersaglio resti tu, questa guida è per te, e la parola mobbing sul lavoro ha smesso di essere esagerata.

I numeri: in Italia il mobbing sul lavoro si vede poco

Sul mobbing sul lavoro in Europa la fonte più solida è Eurofound, l’agenzia europea che studia le condizioni di lavoro. Nel 2021 ha intervistato oltre 70.000 lavoratori in 36 paesi. Ha chiesto tre cose: abusi verbali o minacce nell’ultimo mese, attenzioni sessuali indesiderate nell’ultimo mese, bullismo, molestie o violenza negli ultimi dodici mesi. Nell’Unione Europea il 12,5% ha risposto sì ad almeno una. In Danimarca il 25%. In Italia il 6%, il valore più basso di tutta l’Unione.

Letto alla lettera, quel 6% dice che l’Italia è il paese europeo dove il mobbing sul lavoro esiste meno che altrove. Eurofound lo scrive nero su bianco nel working paper, e scrive anche il contrario: le differenze tra paesi “vanno interpretate con cautela”, possono dipendere dalla “consapevolezza di questo tipo di comportamenti e da differenze culturali”, dalla tolleranza verso i comportamenti indesiderati, dal “sottoreporting”. I numeri, dice Eurofound, “riflettono i livelli di consapevolezza e di denuncia” di un paese. Il 6% italiano misura quanto se ne parla.

Grafico sul mobbing sul lavoro in Europa: lavoratori esposti a comportamenti sociali avversi, Italia 6%, Unione Europea 12,5%, Danimarca 25%, Eurofound 2021

Dove Esposti ad almeno una forma di comportamento avverso, 2021
Italia, il valore più basso dell’UE 6%
Unione Europea 12,5%
Danimarca, il valore più alto 25%

Fonte: Eurofound, European Working Conditions Telephone Survey 2021, working paper “Adverse social behaviour at work: Background note”, WPEF22052, dicembre 2022. Oltre 70.000 interviste in 36 paesi, febbraio-novembre 2021.

La seconda fonte sul mobbing sul lavoro è Eurostat, con una domanda diversa: qual è il rischio principale per il tuo benessere mentale al lavoro. Nel 2020 i lavoratori italiani hanno risposto “molestie o bullismo” nell’1,1% dei casi, contro lo 0,8% della media europea. Su quasi tutti gli altri fattori l’Italia sta sotto la media. Su questo sta sopra. Quando la domanda è diretta e anonima, gli italiani il mobbing sul lavoro lo nominano più degli altri.

La terza fonte è l’INAIL, che il mobbing sul lavoro lo vede quando diventa malattia. Tra il 2019 e il 2023 ha ricevuto 2.047 denunce di malattia psichica legata al lavoro e ne ha riconosciute 149: il 7,3%. Per le altre malattie professionali il riconoscimento è al 47,1%. Su cento persone che chiedono di essere riconosciute, sette ce la fanno.

Tre fonti, tre lati: in Italia il mobbing sul lavoro si dichiara meno, si nomina di più quando nessuno guarda, e si riconosce quasi mai. Questo è il paese in cui lo subisci. Sapere che il silenzio intorno a te è statistico, e ha un nome nei rapporti europei, è il primo pezzo di terreno solido.

Questi numeri hanno un uso pratico, oltre a quello di farti sentire meno solo. Quando racconti il mobbing sul lavoro a un collega, a un medico o alle risorse umane e vedi la faccia di chi pensa che stai esagerando, hai una risposta breve: in Italia il mobbing sul lavoro si dichiara meno che in qualunque altro paese dell’Unione, e lo scrive l’agenzia europea che lo misura. Quella faccia è il 6%. Il tuo diario è quello che il 6% lascia fuori.

I sei segnali del mobbing sottile

Il mobbing sul lavoro raramente urla. Il mobbing sul lavoro sottile, quello che si vede di più negli uffici italiani, lavora sotto la soglia in cui potresti indicarlo con il dito. Sei segnali, e per ognuno la domanda che ti fai per capire se è mobbing o è una settimana storta.

L’isolamento

Il primo segnale del mobbing sul lavoro. Le riunioni cominciano prima che arrivi. Le mail di gruppo ti saltano. Il pranzo si organizza quando sei al telefono. La domanda di controllo: da quanto tempo, e riguarda solo me. Se la risposta è “da mesi” e “solo io”, segna.

Lo svuotamento

Il mobbing sul lavoro che ti toglie il lavoro. Le mansioni che facevi passano ad altri, “per alleggerirti”. Restano le fotocopie, l’archivio, il lavoro che nessuno vede. Oppure il contrario: arriva un carico che nessuno potrebbe reggere, con scadenze che nessuno potrebbe tenere. La domanda di controllo: c’è una motivazione scritta, e vale anche per gli altri.

Le critiche a raffica

Il segnale più rumoroso del mobbing sul lavoro. Qualsiasi cosa consegni ha un errore, e l’errore viene detto davanti a testimoni. La virgola, il font, l’ora dell’invio. Il contenuto mai. La domanda di controllo: le stesse cose, fatte da un collega, ricevono la stessa critica.

Le informazioni negate

Il mobbing sul lavoro più difficile da provare. Il cambio di procedura lo scopri quando hai già sbagliato. La riunione con il cliente l’hanno fatta senza te. La cartella condivisa ha un permesso che ti manca. La domanda di controllo: ho chiesto per iscritto, e cosa è successo dopo.

La ridicolizzazione

Il mobbing sul lavoro che passa per scherzo. La battuta sul tuo accento, sul tuo modo di vestire, su quella volta di due anni fa. Sempre con il sorriso, sempre con il pubblico. Se reagisci, “era una battuta”. La domanda di controllo: riderei io, se la facessero a un altro.

Il controllo ossessivo

Il mobbing sul lavoro travestito da rigore. L’orario di ingresso segnato a mano, le pause cronometrate, il capo che passa dietro la scrivania quattro volte in un’ora. Per te. Il collega accanto lavora da casa due giorni a settimana. La domanda di controllo: la regola è scritta, e si applica a tutti.

Infografica: i sei segnali del mobbing sul lavoro sottile, isolamento, svuotamento, critiche, informazioni negate, ridicolizzazione, controllo, con la domanda di controllo per ognuno

Segnale Come si presenta La domanda di controllo
Isolamento Riunioni senza di te, mail che ti saltano, pranzi organizzati quando sei al telefono Da quanto tempo, e riguarda solo me
Svuotamento Le mansioni passano ad altri “per alleggerirti”, oppure un carico impossibile C’è una motivazione scritta, vale anche per gli altri
Critiche a raffica Ogni consegna ha un errore, detto davanti a testimoni, mai sul contenuto Le stesse cose, fatte da un collega, ricevono la stessa critica
Informazioni negate Il cambio di procedura lo scopri dopo aver sbagliato Ho chiesto per iscritto, e cosa è successo dopo
Ridicolizzazione La battuta con il pubblico, e “era una battuta” se reagisci Riderei io, se la facessero a un altro
Controllo ossessivo Orari e pause misurati a mano, solo per te La regola è scritta, e si applica a tutti

Fonte: schema di lavoro usato in sessione da Danilo Failli.

I sei segnali contano insieme. Uno solo, per una settimana, è un ufficio normale con una giornata storta. Tre o quattro, per mesi, sempre sulla stessa persona, sono mobbing sul lavoro anche se nessuno ha mai alzato la voce. La prova che uso in sessione è un foglio con sei righe e quattro colonne: il segnale, da quando, per chi, quante volte nell’ultimo mese. Dieci minuti, e il foglio dice una cosa che il ricordo, da solo, si rifiuta di dire.

Prendi una contabile di 47 anni in un’azienda di ottanta persone. Nessun episodio, da solo, reggeva un racconto di mobbing sul lavoro: la scrivania spostata, la riunione anticipata, il cliente passato alla collega più giovane “per alleggerirla”. Il giorno in cui ha messo i sei segnali su un foglio, con le date, ne ha contati cinque su sei in quattro mesi. Quel foglio è stata la prima volta che ha detto la parola.

Cosa fa il mobbing sul lavoro a chi lo subisce

Chi subisce mobbing sul lavoro di solito arriva in sessione con un altro problema: il sonno, lo stomaco, l’ansia della domenica sera, la voglia di piangere nel parcheggio. Il mobbing sul lavoro lo nomina dopo, quando la fiducia regge. Eurofound ha misurato la distanza tra chi subisce comportamenti avversi al lavoro e chi no, e la distanza è questa.

Grafico sugli effetti del mobbing sul lavoro: salute di chi subisce comportamenti avversi al lavoro contro chi non li subisce, esaurimento emotivo 40 contro 14, ansia 53 contro 27, Eurofound 2021

Esito Chi subisce comportamenti avversi Chi non li subisce
Esaurimento emotivo 40% 14%
Ansia 53% 27%
A rischio depressione 38% 20%
Sente a rischio la propria salute e sicurezza 61% 30%
Raramente o mai ha energia 19% 8%

Fonte: Eurofound, European Working Conditions Telephone Survey 2021, working paper WPEF22052, figura 7.

Esaurimento emotivo quasi tre volte più frequente in chi subisce mobbing sul lavoro. Ansia doppia. Rischio di depressione doppio. E il 61% che sente a rischio la propria salute, contro il 30%. Quando qualcuno ti dice “sei troppo sensibile”, questa tabella è la risposta: chi subisce mobbing sul lavoro sta peggio in modo misurabile, in tutta Europa, con numeri che nessuna sensibilità individuale spiega.

C’è un dettaglio che vale da solo il pillar. Eurofound misura anche quanti, tra chi subisce, ricevono raramente o mai supporto dai propri capi: il 34% degli uomini e il 29% delle donne, contro il 12% di chi non subisce. Il mobbing sul lavoro isola due volte: prima dai colleghi, poi da chi dovrebbe intervenire. È per questo che il primo alleato va cercato fuori dalla linea gerarchica, e ne parlo più avanti.

Il diario, dal primo mese

Contro il mobbing sul lavoro il diario è la mossa che decide tutte le altre. Con il diario, un mese di mobbing sul lavoro diventa venti righe con date, orari e nomi: un fatto che si può raccontare a un collega, a un medico, alle risorse umane, a un avvocato. Senza diario, lo stesso mese è una sensazione, e le sensazioni si contestano in trenta secondi con “sei troppo sensibile”.

Il diario del mobbing sul lavoro è un quaderno, oppure un file che vive fuori dai sistemi aziendali: sul telefono personale, su un servizio tuo. Mai sul computer dell’ufficio. Ogni episodio ha otto campi, e la scheda qui sotto è quella che uso in sessione.

Infografica: la scheda del diario del mobbing sul lavoro con otto campi, data e ora, luogo, chi c'era, cosa è successo, cosa ho fatto, effetto, prova, testimone

Campo Cosa scrivi Esempio
1. Data e ora Precise, lo stesso giorno Martedì 14, 9:45
2. Luogo Dove è successo Sala riunioni piccola
3. Chi c’era Tutti, con il ruolo Il capo reparto, due colleghi, il cliente
4. Cosa è successo Le parole esatte, senza aggettivi “Ha detto: questa la rifà qualcuno che sa scrivere”
5. Cosa ho fatto La tua risposta, o il silenzio Ho chiesto quale punto sistemare. Nessuna risposta
6. Effetto Sul lavoro e su di te Il documento è passato a un collega. Ho dormito quattro ore
7. Prova Mail, messaggio, documento Mail delle 10:12 con la riassegnazione
8. Testimone Chi potrebbe confermare La collega di fronte, che ha abbassato lo sguardo

Fonte: scheda di lavoro usata in sessione da Danilo Failli.

Tre regole. Si scrive lo stesso giorno, perché la memoria del mobbing sul lavoro si sbiadisce in modo strano: dopo una settimana ricordi la vergogna e dimentichi le parole. Si scrivono solo fatti: “ha alzato la voce e ha detto X”, mai “come al solito mi ha umiliato”. Si conservano le prove fuori dall’azienda: la mail inoltrata a un indirizzo tuo, la foto della scrivania spostata, lo screenshot del messaggio.

Tre errori che vedo spesso. Il diario del mobbing sul lavoro cominciato al quinto mese, quando il corpo ha già ceduto: i primi quattro mesi restano un racconto, e un racconto si contesta. Il diario scritto con gli aggettivi, “umiliante”, “assurdo”, “come al solito”: chi lo legge sente la rabbia e perde i fatti. Il diario tenuto sul computer dell’ufficio, che l’azienda può leggere e che sparisce il giorno in cui il badge smette di funzionare. Il rimedio per tutti e tre è lo stesso: si parte oggi, si scrivono le parole, si tiene fuori.

Il diario del mobbing sul lavoro serve a tre cose. A te, per vedere lo schema: sei episodi in quattro mesi sul foglio raccontano una cosa che sei episodi sparsi nella memoria non raccontano. A chi ti ascolta, per crederti: un medico, un collega, HR rispondono a fatti datati. E a chi deve valutare, se un giorno serve: la tutela del mobbing sul lavoro in Italia si costruisce sui fatti provati, e i fatti provati nascono da qui. Sul come documentare ho scritto una guida a parte, come documentare quello che ti succede al lavoro, con i casi particolari: il telefono, le chat, le registrazioni.

Come si risponde al mobbing sul lavoro, frase per frase

Chi subisce mobbing sul lavoro di solito oscilla tra due risposte: il silenzio, per non peggiorare, e l’esplosione, quando il silenzio non regge più. Tutte e due danno a chi colpisce quello che cerca. La terza via è una comunicazione che riporta ogni episodio ai fatti, con la calma di chi sta prendendo appunti. Perché li sta prendendo davvero.

“Me lo mandi per iscritto”. La richiesta che arriva a voce, la modifica di mansione detta in corridoio, il rimprovero al volo. La frase è una sola, tono neutro: “d’accordo, me lo mandi per iscritto così sono sicuro di fare bene”. Chi fa mobbing sul lavoro odia lo scritto, perché lo scritto ha una data e un mittente. Se lo scritto arriva, hai una prova. Se non arriva, hai una prova lo stesso: la tua mail di riepilogo, “come da tua indicazione di oggi alle 11, da domani non seguo più il cliente X: confermi”.

“Qual è il punto da sistemare”. Alla critica davanti a tutti, il pane del mobbing sul lavoro, la domanda che sposta la conversazione dalla persona al lavoro: “qual è il punto da sistemare, così lo faccio”. Detta con il tono con cui chiedi l’ora. Chi fa mobbing sul lavoro cerca la tua reazione, e una domanda tecnica non è una reazione.

“Questa cosa la segno”. Alla battuta con il pubblico, quando “era una battuta” è già pronto. Tu dici: “questa cosa la segno”, e la segni. Davanti a tutti. Chi ride smette di ridere, e chi ha fatto la battuta sa che da oggi c’è un quaderno.

Il no scritto. Al carico impossibile, che nel mobbing sul lavoro arriva quasi sempre dopo lo svuotamento: “ricevo tre scadenze per venerdì: in quest’ordine ne chiudo una, le altre due la settimana prossima. Se l’ordine è diverso dimmelo per iscritto entro domani”. Il mobbing sul lavoro spesso passa da richieste che nessuno potrebbe soddisfare, per poi usare il mancato risultato. Il no scritto con l’alternativa toglie il mancato risultato.

Il testimone. Una persona, una sola, con cui condividi il diario. Un collega che vede le stesse riunioni, un amico fuori, il partner. Serve a due cose: a sapere che il diario dice il vero, perché chi subisce mobbing sul lavoro a un certo punto dubita anche del proprio quaderno; e ad avere qualcuno che, se serve, dica “sì, l’ho visto”.

Prendi un tecnico di 39 anni in un’azienda di impianti. Dopo sei mesi di battute e di lavori tolti è andato dalle risorse umane con la sensazione di subire mobbing sul lavoro, e si è sentito dire “forse sei un po’ sensibile”. È tornato tre mesi dopo con il diario: quattordici episodi, otto con una mail come prova, tre con un testimone. La stessa persona di HR ha aperto una pratica. Lui era lo stesso di prima. Quello che era cambiato era il foglio.

Le risorse umane meritano una riga a parte, perché chi subisce mobbing sul lavoro ci va troppo presto o troppo tardi. Troppo presto vuol dire con la sensazione, e la risposta è quella del tecnico: “forse sei un po’ sensibile”. Troppo tardi vuol dire dopo il certificato medico, quando la pratica si apre da sola e tu hai già speso tutto. Il momento giusto sta in mezzo: quando il diario ha almeno dieci episodi datati, tre prove scritte e un testimone. Ci vai con una copia, la lasci, e chiedi per iscritto cosa succede adesso. Le risorse umane lavorano per l’azienda, e l’azienda risponde ai fatti scritti più che alle persone: il diario del mobbing sul lavoro parla la sua lingua.

Il riconoscimento: chi fa cosa

Il mobbing sul lavoro in Italia si può far riconoscere, e la strada è in salita. I numeri dell’INAIL la descrivono senza sconti.

Grafico sul riconoscimento del mobbing sul lavoro: malattie psichiche legate al lavoro riconosciute dall'INAIL 7,3%, disturbo post traumatico da stress 13,6%, altre malattie professionali 47,1%, 2019-2023

Denunce all’INAIL, 2019-2023 Denunciate Riconosciute Tasso
Malattie psichiche legate al lavoro, tutte 2.047 149 7,3%
di cui disturbo post-traumatico da stress 221 30 13,6%
di cui disturbi dell’adattamento 850 61 7,2%
di cui disturbi d’ansia 295 17 5,8%
Altre malattie professionali 47,1%

Fonte: INAIL, “Le malattie psichiche sul lavoro”, Scheda 11 del sistema di sorveglianza Malprof, luglio 2025, tabella 1. Sistema Marel, stesso periodo: per il 41% dei casi l’agente di esposizione sono i “rapporti interpersonali sul lavoro”.

Il 7,3% contro il 47,1% dice che il sistema arriva tardi e riconosce il mobbing sul lavoro raramente. Il 13,6% del disturbo post-traumatico da stress dice una cosa in più: le denunce che reggono meglio sono quelle con un quadro clinico preciso e documentato. Tradotto: il mobbing sul lavoro si fa riconoscere con il diario da una parte e con i medici dall’altra, insieme, dal primo mese.

Chi fa cosa contro il mobbing sul lavoro, in ordine.

Il medico di base è il primo, per i sintomi del mobbing sul lavoro: il sonno, lo stomaco, la tachicardia, l’umore. Certifica quello che vede, e quel certificato ha una data. Il medico competente è quello che l’azienda deve avere per legge per la sorveglianza sanitaria: lo stress lavoro correlato rientra nelle cose che valuta, e chiedere un colloquio con lui è un diritto. Lo psicologo o lo psichiatra danno la diagnosi, se c’è, e la diagnosi è quello che il 13,6% ci dice che pesa. Il patronato accompagna la denuncia all’INAIL senza costi. L’avvocato del lavoro dice se il diario regge e cosa si può chiedere: in Italia il mobbing sul lavoro resta senza un reato con il suo nome, alcune condotte possono rientrare in altri reati, e sul piano civile pesa il dovere del datore di lavoro di tutelare la salute di chi lavora. Quale strada vale nel tuo caso lo dice lui, con il diario davanti.

E il coach. Il coach lavora sulla parte che nessuno degli altri copre: come stai in ufficio da domani, mentre la strada del riconoscimento fa il suo corso lento. Le frasi, il diario tenuto ogni sera, il testimone, l’energia che il mobbing sul lavoro consuma e che va difesa. In sessione, quando sento che il quadro è clinico, il primo che nomino è il medico. Poi si lavora sul resto.

Mobbing dal capo e mobbing dai colleghi

Il mobbing sul lavoro ha due direzioni, e cambiano le mosse.

Dall’alto è il bossing, il mobbing sul lavoro che arriva dal capo che ha scelto te. Ha in mano le mansioni, gli orari, la valutazione, e spesso il silenzio degli altri, che hanno paura di essere i prossimi. Qui il diario pesa di più, perché la parola del capo vale più della tua finché non c’è un foglio con le date. E le quattro mosse con un capo tossico, l’aggiornamento scritto, la risposta in dieci secondi, il confine di orario, il no con la frase, valgono anche qui, con una differenza: si applicano sapendo che lui potrebbe alzare il tiro. Ne ho scritto in mobbing verticale, quando è il capo e nella guida completa sul capo tossico.

Dai colleghi è il mobbing sul lavoro orizzontale: il gruppo che chiude, il pranzo senza di te, il lavoro che “hai dimenticato” perché nessuno te lo ha detto. Qui il capo può essere un alleato, se l’origine è un’altra, ed è il primo a cui portare il diario: “in tre settimane sono successe queste sei cose, te le dico perché mi serve che tu lo sappia”. Un capo decente reagisce a sei cose datate. Ne ho scritto in mobbing orizzontale, quando sono i colleghi.

Spesso le due direzioni si sommano. Il capo comincia, i colleghi seguono, perché stare dalla parte di chi comanda costa meno che stare dalla tua. Il mobbing sul lavoro a quel punto sembra venire da tutti, e la tentazione è pensare che il problema sia tu. Il diario risponde anche a questo: nella colonna “chi c’era” compare sempre lo stesso nome, e gli altri compaiono dopo. Chi ha cominciato è chi conta, per il medico, per l’avvocato e per te.

C’è poi il caso che molti scambiano per mobbing sul lavoro: il micromanagement. Il capo che controlla tutto, tutti, sempre. Estenuante, tossico, ma rivolto a chiunque gli passi sotto. La differenza è il bersaglio. Se il controllo è per tutti, è un capo che non sa delegare, e si gestisce con le mosse del capo tossico. Se il controllo è per te, mentre gli altri respirano, torna a questa guida.

Domande frequenti sul mobbing sul lavoro

Il mobbing sul lavoro è un reato? In Italia il mobbing sul lavoro resta senza un reato con il suo nome. Alcune condotte possono rientrare in reati previsti dal codice, e sul piano civile il datore di lavoro ha il dovere di tutelare la salute di chi lavora. Se e come il tuo caso rientra in una di queste strade lo valuta un avvocato del lavoro, con il diario davanti. Senza diario, la risposta è quasi sempre “difficile da provare”.

Quanto deve durare per essere mobbing sul lavoro? Mesi, con episodi ripetuti e mirati su di te. Un episodio solo è un’altra cosa, salvo lo straining: un’azione sola con effetti che durano, come lo svuotamento della mansione. In ogni caso il diario parte dal primo episodio, perché i mesi si contano dopo, e si contano solo se qualcuno ha scritto la data del primo giorno.

E se sono io troppo sensibile? Le sei domande di controllo del mobbing sul lavoro servono a questo. Riguarda solo me, da quanto tempo, c’è una regola scritta e vale per tutti, un collega riceverebbe la stessa critica. Se le risposte dicono “solo io, da mesi, nessuna regola, nessun altro”, la sensibilità non c’entra. E i numeri di Eurofound dicono che chi subisce mobbing sul lavoro sta peggio in modo misurabile in tutta Europa: la sensibilità individuale non spiega il 53% di ansia contro il 27%.

Posso registrare le conversazioni? Registrare una conversazione a cui partecipi è in generale lecito in Italia; usare la registrazione ha regole sue. Prima di usarla, chiedi a un avvocato. Il diario scritto lo stesso giorno, con orari, parole e testimoni, regge sempre e non crea problemi a nessuno.

Posso dimettermi per giusta causa? Le dimissioni per giusta causa esistono e, quando ricorrono le condizioni, cambiano le cose che ti spettano dopo. Se il mobbing sul lavoro che subisci le integra lo decide un avvocato, sui fatti provati. La regola pratica: prima il diario e il medico, poi l’avvocato, poi la decisione. Chi si dimette prima, di solito, si dimette e basta.

Sono tornato dalle ferie ed è ricominciato: che faccio? Riapri il diario dalla data del rientro, con un titolo nuovo: “dopo le ferie”. Il mobbing sul lavoro che riprende dopo una pausa è il segnale più chiaro che il problema è strutturale e che le ferie erano una tregua. Segna i primi tre episodi del rientro con le date: tre episodi in una settimana, dopo tre settimane di silenzio, sono uno schema che un medico e un avvocato leggono al volo.

La prima pagina del diario

Questa guida sul mobbing sul lavoro finisce con una pagina scritta insieme. Prendi il quaderno, o apri il file sul telefono. In alto, la data di oggi.

Prima riga: l’ultimo episodio. Quello che ti ha fatto aprire questa pagina. Data e ora, anche approssimate se è di settimane fa: da domani saranno precise. Luogo. Chi c’era, con il ruolo. Le parole esatte che ricordi, tra virgolette, senza aggettivi. Cosa hai fatto tu, anche se è “niente”. Cosa è successo dopo, sul lavoro e nel tuo corpo quella sera. La prova, se esiste: cerca la mail, fai lo screenshot, inoltra a un indirizzo tuo. Il testimone, se c’era.

Seconda riga: il primo episodio di mobbing sul lavoro. Il primo che ricordi, quello da cui hai cominciato a chiederti se fosse normale. Stessi otto campi, con quello che la memoria tiene. La data anche solo con il mese. Servirà a contare da quanto dura.

Terza riga, per ora vuota: il prossimo episodio di mobbing sul lavoro. Sai già che arriverà, e per la prima volta lo aspetti con una penna in mano invece che con lo stomaco chiuso. Il mobbing sul lavoro vive di episodi che restano sensazioni. Da stasera, nella tua azienda, c’è una persona che li scrive.

Domani scegli il testimone, uno. Entro la settimana, se il corpo ha già cominciato a parlare, il medico di base. E se vuoi qualcuno accanto per tenere il diario, le frasi e l’energia mentre la strada lunga fa il suo corso, la prima chiamata la facciamo insieme.

I casi di questa guida sono situazioni tipo, costruite su dinamiche che vedo in sessione. Nomi, età e mestieri sono di fantasia.

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Autore

  • Danilo Failli

    è padre di due figli. D.O.C. Deep Office Coach, Speaker, appassionato di comunicazione, PNL e ipnosi.

    Ha una forte propensione per la sperimentazione, che applica costantemente in ogni ambito della sua vita. La riduzione delle complessità e la sintesi lo caratterizzano in ogni cosa che fa. Non c’è spazio per i problemi, il suo motto è: “Le soluzioni sono la soluzione!”

    Autore dell’ebook: “Fuori dagli Schemi” – Guida esperienziale nel mare gigante delle relazioni umane sul lavoro e nella vita privata.

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