Chiedere un aumento: come farlo senza sembrare arrogante

Share the Post:

Chiedere un aumento: come farlo senza sembrare arrogante

Lo sa da un anno. Guadagna meno del collega che fa lo stesso lavoro con due anni di esperienza in meno, e l’ha scoperto per caso da un foglio dimenticato sulla stampante di reparto. Il suo contributo al team lo riconoscono tutti, tranne la busta paga. Ogni ventisette del mese, quando il cedolino arriva sull’app, sente quel misto di rabbia e impotenza che ormai conosce a memoria.

Sa anche cosa dovrebbe fare. Andare dal capo, mettere i fatti sul tavolo, chiedere quello che le spetta. Il discorso se l’è preparato decine di volte: sotto la doccia, in tangenziale, prima di addormentarsi. Poi il capo è libero, la porta è aperta, il momento è lì. E qualcosa si spegne. Lo stomaco si chiude. La voce scende di un tono. Ed esce: “Volevo parlarti della commessa Rossi.”

Chiamiamola con il suo nome. È la convinzione che chiedere soldi per il proprio lavoro sia arrogante, quasi maleducato. Come se valere di più fosse una colpa da tenere nascosta. La timidezza c’entra poco.

Chiedere un aumento è una delle conversazioni più temute in assoluto. Più di un colloquio di selezione. Più di un intervento davanti a cento persone. Perché sul tavolo non finiscono solo i soldi. Finisci tu, e quanto vali.

Perché chiedere un aumento fa così paura

Tre radici, e di solito lavorano insieme.

Il tabù italiano sui soldi. Parlare di soldi è volgare, lo impariamo da bambini. Quanto guadagni resta una domanda che non si fa. Tenerci ai soldi è roba da cafoni. La busta paga si tiene nel cassetto. Il condizionamento funziona benissimo: da adulti chiediamo quello che ci spetta con la faccia di chi sta domandando un favore.

La paura del rifiuto. Chiedi, ti dicono no, e il cervello traduce all’istante: non vali abbastanza. Un no può avere dieci ragioni che con il tuo valore c’entrano zero, dal budget congelato alla policy di gruppo che blocca gli adeguamenti fuori dalla finestra di aprile. Il cervello però ragiona in un altro modo: sente “no” e riaccende la scena di quando ti sceglievano per ultimo a pallone.

L’equazione chiedere uguale arroganza. Questa è la più insidiosa. “Chi sono io per chiedere di più?” “Non vorrei sembrare quello che pensa solo ai soldi.” “Gli altri non chiedono.” Gli altri chiedono, e non te lo raccontano. Quelli che davvero restano zitti sono seduti nella tua stessa situazione, con lo stesso magone il ventisette del mese.

Se la dinamica ti suona, probabilmente conosci anche la sindrome dell’impostore al lavoro. Le due cose si alimentano a vicenda: l’impostore ti sussurra che non meriti di più, e quella convinzione ti blocca la richiesta prima ancora che tu la formuli.

Come prepararsi: il metodo prima della conversazione

Passo 1: Raccogli i dati, lascia fuori le emozioni

La differenza tra una richiesta che passa e una che si schianta è la preparazione, altro che coraggio. Prima di dire una parola al tuo capo ti servono tre tipi di dati.

Dati di mercato. Quanto prende chi fa il tuo stesso lavoro, nella tua città, nel tuo settore, con la tua anzianità. Glassdoor, LinkedIn Salary, due chiacchiere con il recruiter che ti scrive ogni tre mesi. Ti serve la fascia, il numero esatto conta poco. Sotto la fascia hai un dato oggettivo in mano. Dentro la fascia sposti la conversazione sui risultati.

Dati di performance. Cosa hai prodotto negli ultimi dodici mesi con un valore misurabile. Progetti chiusi, clienti portati, costi tagliati, un processo che prima richiedeva tre passaggi e adesso ne richiede uno. Se questi dati ti mancano, comincia a tracciarli lunedì: in tre mesi hai il materiale.

Dati di contesto. L’azienda cresce oppure taglia. Il tuo reparto ha budget. Il tuo capo decide sugli stipendi, oppure deve passare da HR e dal controllo di gestione. Il contesto ti dice come chiedere. Quanto chiedere resta invariato.

Passo 2: Scegli il momento

Il momento perfetto non esiste. Momenti buoni e momenti pessimi sì. Dopo la chiusura di un progetto andato bene: buono. Durante una riorganizzazione, o il giorno dopo una trimestrale brutta: pessimo. Dentro la review annuale: ovvio e affollato, il capo è già in difesa perché sei il quinto della settimana. Due settimane dopo la review, in un uno-a-uno chiesto da te con un’agenda esplicita: strategico.

Settembre lavora a tuo favore. L’anno fiscale è ancora aperto, i budget del Q4 si stanno scrivendo in questi giorni, e il rientro porta una disponibilità al dialogo che a dicembre, sotto chiusura, è già evaporata.

Passo 3: Prepara il frame, lascia perdere il copione

Imparare a memoria cosa dire ti fa recitare male. Prepara la cornice. E la cornice è questa: stai proponendo un adeguamento basato su dati, mai chiedendo un favore. “Il mio contributo ha questo valore e vorrei che lo stipendio lo riflettesse”, al posto di “mi merito di più”.

La comunicazione assertiva qui pesa più di ogni altra cosa. Assertiva, mai aggressiva: esporre la richiesta con chiarezza e fermezza, senza scusarsi di averla fatta.

La conversazione: cosa dire (e cosa evitare)

Apri con il valore. La richiesta arriva dopo. “Nell’ultimo anno ho gestito tre progetti con questi risultati. Credo che il mio contributo sia cresciuto in modo visibile e vorrei parlare di come questo si riflette sulla mia retribuzione.”

Tre frasi da lasciare a casa. “Ho bisogno di più soldi”: il tuo bisogno, in una trattativa, vale zero. “Il mio collega guadagna di più”: il confronto mette il capo sulla difensiva e sposta il tema su qualcun altro. “Altrimenti me ne vado”: si dice solo quando è vero e hai già una firma pronta altrove.

Un cliente, ingegnere in un’azienda di automazione in provincia di Bergamo, ha usato esattamente questa struttura. Una pagina sola: tre risultati con i numeri accanto e la fascia di mercato per il suo ruolo, stampata. Ha chiesto mezz’ora via calendario, con l’oggetto scritto in chiaro. Ha aperto con i dati. Il capo ha ascoltato, ha detto “devo passare da HR”, e a metà ottobre in busta paga c’erano centoventi euro netti in più al mese. “Il coraggio c’entra poco”, mi ha detto dopo. “Sono stati i numeri. I numeri mi hanno dato il coraggio.”

Se la risposta è no

Succede, e la partita resta aperta. Un no oggi diventa un no per sempre solo se lo gestisci male.

Tieni la reazione fuori dalla stanza. Resta seduto, resta calmo, e chiedi questo: “Capisco. Cosa dovrebbe cambiare perché tra sei mesi questa conversazione possa avere un esito diverso?” La domanda fa un lavoro doppio: crea un impegno con una data e ti consegna i criteri su cui lavorare.

Se il no arriva avvolto nella nebbia (“non è il momento”, “vedremo”, “ne riparliamo”), insisti per una data e dei parametri. La vaghezza è il modo educato di rimandare all’infinito. La data mettila tu, nella mail di recap che gli mandi lo stesso pomeriggio.

E se il no è definitivo, ripetuto, identico per il terzo anno di fila? Allora hai un dato diverso, e riguarda l’azienda più di quanto riguardi te. Da lì parte un’altra domanda, quella che esploro quando scrivo di cambiare lavoro o cambiare qualcosa dentro.

—

Chiedere un aumento è la cosa più professionale che puoi fare: riconoscere il tuo valore e comunicarlo con dati e rispetto. Chi aspetta che se ne accorgano da soli aspetta parecchio, e intanto il collega della scrivania accanto ha già chiesto.

Se devi preparare la conversazione e vuoi arrivarci con le idee ferme, il Laser Coaching di 15 minuti ti aiuta a costruire il frame, scegliere i dati giusti e anticipare le obiezioni del tuo capo.

Stasera apri un file e scrivi tre risultati dell’ultimo anno, ognuno con un numero e una data accanto. Domani in pausa pranzo cerca la fascia di mercato del tuo ruolo e mettila sotto. Quella pagina è la tua richiesta. L’incontro lo fissi venerdì.

CONFRONTO

Chiedere un aumento: prima e dopo

✗ PRIMA

“Ho bisogno di un aumento perché le spese sono aumentate”

“Il collega della scrivania accanto guadagna più di me”

“O arriva un aumento, o cerco altrove”

“Lavoro tanto, mi sembra giusto”

✓ DOPO

“Negli ultimi 12 mesi ho generato questi risultati misurabili”

“La fascia di mercato per questo ruolo è X. Vorrei allinearmi”

“Cosa dovrebbe cambiare per riaprire questa conversazione tra 6 mesi?”

“Il mio contributo è cresciuto e vorrei che lo stipendio lo riflettesse”

danilofailli.it · Deep Office Coach

Fai chiarezza in 15 minuti

Prenota una Laser Coaching gratuita: mi racconti una situazione specifica e usciamo con almeno una cosa concreta da fare.

Prenota i tuoi 15 minuti gratuiti


Fai il test sul Burnout

Inizia ora
(tempo inferiore a tre minuti)

Scarica la tua copia dell’ebook gratuito:
>> Fuori dagli schemi <<

Autore

  • Danilo Failli

    è padre di due figli. D.O.C. Deep Office Coach, Speaker, appassionato di comunicazione, PNL e ipnosi.

    Ha una forte propensione per la sperimentazione, che applica costantemente in ogni ambito della sua vita. La riduzione delle complessità e la sintesi lo caratterizzano in ogni cosa che fa. Non c’è spazio per i problemi, il suo motto è: “Le soluzioni sono la soluzione!”

    Autore dell’ebook: “Fuori dagli Schemi” – Guida esperienziale nel mare gigante delle relazioni umane sul lavoro e nella vita privata.

Vuoi sapere come sbloccare il tuo potenziale?
Compila il modulo

FuoriDalCoso

Compila il modulo, ti ricontatterà Danilo entro 24 ore

Il campo WHATSAPP deve contenere tra i 6 e i 19 caratteri e includere il prefisso del paese senza usare +/0 (es. 39xxxxxxxxxx per l'Italia)
?

Accettando riceverai delle email periodiche con gli aforismi e informazioni su FuoriDalCoso

FuoriDalCoso sui social

La tua iscrizione non può essere convalidata.
La tua iscrizione è avvenuta correttamente.

Download

e-book gratuito Fuori Dagli Schemi

Se non ti arriva l'email, verifica nella cartella SPAM